Una ragione per cui i vegani non piacciono: a nessuno piace sentirsi immorale

È un mistero per molti vegetariani e vegani: facciamo del nostro meglio per essere compassionevoli e occuparci di tutte le creature senzienti e per questo scegliamo di boicottare i prodotti animali. Non è forse una cosa da ammirare? E allora perché così tanti prendono in giro, criticano o addirittura attaccano i vegani e il veganismo?

Certo, a volte possiamo risultare un po’ fastidiosi, scomodare gli onnivori facendoli aspettare mentre ispezioniamo etichette o bocciare un ristorante quando andiamo fuori a cena, ma questo non spiega l’ostilità e il ridicolo che a volte incontriamo.

In parte, questo è dovuto a un fenomeno chiamato denigrazione dei virtuosi, cioè screditare le persone che hanno motivazioni morali.


Ho cominciato a essere vegetariana per ragioni di salute, poi è diventata una scelta morale e ora è solo per dar fastidio alla gente.

Può essere capitato anche a te: senza che tu abbia detto nulla, gli onnivori a tavola si mettono sulla difensiva incominciando a prendere in giro te e la tua “dieta”.

Perché avviene la denigrazione dei virtuosi? Il problema è che gli altri spesso percepiscono il tuo comportamento (ad esempio, mangiare o essere vegano) come una condanna implicita del loro (mangiare carne). Un comportamento moralmente positivo sembra accompagnarsi spesso a un rimprovero implicito a chi non lo adotta.

Secondo i ricercatori che hanno studiato la denigrazione dei virtuosi, “il rimprovero morale, anche implicito, dà fastidio perché le persone sono particolarmente sensibili alle critiche delle loro posizioni morali (…). A causa di questa preoccupazione di mantenere un’identità morale, le minoranze spinte da motivazioni morali possono essere particolarmente fastidiose per la maggioranza e dare origine al risentimento”. La risposta a questa minaccia alla nostra integrità morale è quindi di denigrare la fonte della minaccia (Minson and Monin).

Semplicemente pensare a come i vegetariani vedono la moralità dei non vegetariani può dare il via all’effetto denigratorio. Quando chi mangia carne anticipa il rimprovero morale dei vegetariani – ad esempio, quando percepiscono che un vegetariano li condannerebbe moralmente – tendono ad aumentare la denigrazione.

Il problema che ci dovrebbe preoccupare di più non è che i consumatori etici (in questo caso, i vegani) si offendano, siano ridicolizzati o trattati male, ma che chi denigra possa essere in futuro meno incline a fare propri tali valori etici. In altre parole, il confronto negativo non offende solo i vegani, ma impedisce a quelli che mangiano carne, per una sorta di auto-protezione – a muoversi verso il veganismo (Zane).

Riassumendo, questo è quello che potrebbe accadere (scenario peggiore).


azione morale > sentimento di biasimo morale > denigrazione > probabilità di cambiamento diminuita > meno animali aiutati

Questo è ovviamente problematico per la diffusione di valori e comportamenti affini al veganismo. Quindi, ecco qui i miei suggerimenti per evitare che i non vegani si sentano moralmente inferiori e, quindi, denigrino i vegani e il veganismo, allontanandosi ulteriormente da noi e dal nostro messaggio.

  1. Non fargliela pesare. Se il senso di colpa e di inferiorità morale fanno allontanare le persone da noi e dal nostro messaggio, non incoraggiare questi stati d’animo con ulteriore biasimo. Non serve a nulla (anche se a volte ci potrebbe sembrare divertente o soddisfacente).
  2. Non usare solo messaggi e argomentazioni morali. Queste possono creare problemi perché incoraggiano la denigrazione dei virtuosi più dei messaggi non-morali. I non-vegani si sentono meno minacciati da persone che hanno una dieta vegetale per ragioni di salute che dai vegani etici. Questo non significa che devi smettere di usare argomentazioni morali, semplicemente che anche parlare di salute (o gusto) può essere strategico e produttivo.
  3. Parla delle tue imperfezioni. Possiamo dire agli altri alcune cose che facciamo e che sappiamo non dovremmo fare, parlare del fatto che non siamo cambiati da un giorno all’altro e abbiamo avuto anche noi bisogno di essere convinti. Possiamo parlare di altri ambiti in cui stiamo incontrando delle difficoltà. È importante mostrare agli altri che non siamo così diversi da loro, non siamo una specie aliena con un livello di moralità e disciplina che non potranno mai eguagliare.
  4. Puoi rendere esplicita la differenza tra l’azione e la persona. Scegliere di non mangiare prodotti animali è una scelta moralmente migliore, ma non significa che le persone che li mangiano ancora siano cattive.

Piuttosto che promuovere denigrazione, allontanamento e una sensazione di impotenza, possiamo fare la nostra parte, promuovendo una relazione con l’altro.

(Leggi molto altro sulla comunicazione efficace nel mio nuovo libro, How to Create a Vegan World).

Fonti
Minson and Monin
Zane

Traduzione di Eugenia Albano

Non osare definirti vegano!

Sentivo di dover scrivere una risposta a un articolo su Ecorazzi intitolato “Se segui una dieta a base vegetale, smettila di definirti vegano!

Il titolo, e in particolare il punto esclamativo, mi ha fatto quasi star male (qui sto solo esagerando un pochino). Il titolo dice praticamente tutto. Probabilmente l’autrice era ben intenzionata (anche se le sue intenzioni potrebbero non essere pure, come succede a tutti noi), ma questo modo di pensare e di comunicare è così improduttivo e dannoso che non saprei da dove cominciare.

L’autrice crede che i vegani salutisti, che come si capisce non vuole chiamare vegani, ma piuttosto “persone che seguono una dieta a base vegetale” o qualcosa di simile, stiano “dirottando” il movimento vegano. Vuole in qualche modo proibire ai vegani salutisti di definirsi vegani. A parte il fatto che dire a qualcuno di non usare una parola risulta fastidioso e antipatico, ostracizzare i vegani salutisti dal “nostro club” è anche molto improduttivo.

Ho scritto molto altro su questo argomento, ma per riassumere il concetto, la domanda di prodotti vegani, qualunque sia la motivazione alla base di questa richiesta, aumenterà la scelta di tali prodotti. Mangiare vegano diventerà dunque più facile, la nostra dipendenza dai prodotti animali diminuirà e diventerà più facile occuparsi dell’etica quando le persone sentiranno di non avere più molto da perdere. I vegani salutisti sono in realtà tra le persone a cui è più facile fare arrivare un messaggio etico. Inoltre, a dirla tutta, molti “vegani etici” (anche se il termine non mi piace) si sono avvicinati a questo percorso da vegani salutisti.

A costo di finire per analizzare troppo la cosa, riporto qui una spiegazione per quel tipo di comportamento e di comunicazione legato al concetto di esclusività che possiamo trovare nell’articolo di cui sopra. La spiegazione è tratta da un libro di testo di psicologia. Lascerò decidere a te se si possa in qualche modo trovare un riscontro. Tieni a mente la dicotomia fra “vegani etici” e “vegani salutisti” quando la leggi.

“Alle persone piace essere associate a termini di identità che per loro sono importanti. Il fatto di essere associate a termini di altre identità, specialmente se sono errate, può suscitare una “minaccia di categorizzazione“. La cosa non ci fa piacere nemmeno quando l’altro gruppo è molto simile al nostro, perché ciò mina l’essenza stessa di quello che il nostro gruppo rappresenta e che ci rende diversi e speciali. In altre parole, tendiamo a essere più sensibili quando l’altro gruppo è in realtà simile al nostro (…). Gruppi troppo simili a quello di cui noi facciamo parte possono quindi mettere in pericolo l’identità specifica del gruppo: ciò rappresenta una “minaccia all’unicità“. Alcuni hanno persino sostenuto che avere un’identità distintiva di gruppo è “ancora più importante che evitare di averne una negativa.”*

Ti suona familiare?

Io ho avuto questo pensiero: alla fine, potrei restare così deluso dai vegani e dal veganismo, da essere il primo (io, un vegano che ha fatto questa scelta per gli animali), ad astenermi completamente dall’usare quella parola (alcune persone dicono che dovrei comunque, visto che faccio cose non vegane!). Un po’ come The Animalist dice qui. Ma il problema è che allora le uniche persone ad usare la parola “vegano” sarebbero quelle più fondamentaliste, e dovremmo ricominciare tutto da capo con una nuova parola. Quindi immagino di non essere ancora pronto a rinunciare alla parola “vegano”, preferendo invece cercare di essere una di quelle persone che la usano in modo razionale, compassionevole, positivo e inclusivo. Vuoi unirti a me?

* Hewstone, M. Stroebe, W. & Jonas, K (2012), Introduzione alla psicologia sociale. Oxford, Regno Unito: Blackwell. (5a ed.)

Traduzione di Elena Holler

Fate attenzione al dogma vegano

Immagina ti chiedessi di crearti un profilo per un sito di incontri online e immagina che ti dicessi che puoi usare solo una parola per descrivere ciò che cerchi in un partner. Quale qualità vorresti avere a tutti i costi?

La mia sarebbe l’apertura mentale. È la qualità che garantisce che in qualsiasi circostanza si possa parlare e avere una buona conversazione, la qualità che aiuta a garantire l’empatia perché indica che si è aperti a sentire qualsiasi punto di vista e a considerare qualsiasi cosa. In breve, è la qualità che garantisce la crescita.

Il contrario di essere aperti di mente è essere dogmatici. In pratica, essere dogmatici è l’attitudine di non mettere in discussione le cose. Una persona dogmatica non lo è necessariamente sotto tutti gli aspetti e su qualunque argomento, ma su alcuni temi specifici.

Se sei un vegano oggi, ci sono grosse probabilità che, come me, tu abbia passato una significativa porzione della tua vita accettando certi dogmi riguardo al consumo di prodotti animali. Eri in una scatola, chiamiamola la scatola del carnismo (un termine di Melanie Joy).

carnism

Stare dentro la scatola del carnismo ed essere soggetto all’ideologia del carnismo ha fatto sì che accettassi dogmi di ogni tipo, come l’idea che mangiare prodotti animali sia naturale, normale e necessario.

Poi, se sei come me, dopo un po’ la luce si è accesa. Hai sollevato il coperchio della scatola e ne sei saltato fuori vegano (forse vegetariano all’inizio, ma non importa).

carnism box

Il fatto è che mi sono accorto – solo dopo diversi anni da vegano – che in un certo senso ero finito in un’altra scatola: la scatola vegana.

vegan box 1

Proprio come avevo accettato in modo dogmatico ogni tipo di credenza prima, ora stavo facendo lo stesso. Pensavo al veganismo nell’unico modo permesso: onorando la definizione decennale. Facevo notare che non appena uno faceva un’eccezione, non era vegano, ripetevo il mantra eterno che quello che conta non è il benessere animale, ma i diritti (e usavo “benessere” come se fosse una parolaccia – ma come è successo?) e così via…

Così, un paio d’anni fa, sono uscito in gran parte da quella scatola e ho cominciato ancora una volta a mettere in discussione le cose. Credo di stare per la gran parte arrivando alle stesse conclusioni di quando ero nella scatola, ma c’è una differenza. È il semplice atto di fare domande ad essere importante, fare domande ci proteggerà dal fondamentalismo, manterrà aperta la nostra mente, ci terrà lontani dal dogmatismo. Il dogmatismo è quello che ci impedisce di migliorare.

E il bisogno di fare domande, di riflettere, di essere consapevoli non ha una fine. È possibile che io mi ritrovi ancora una volta in una scatola. Potrebbe essere chiamata… la scatola dell’apertura mentale, la scatola anti-dogmatica, la scatola pragmatica. Siamo in grado di creare scatole e ideologie a partire da qualsiasi cosa.

Una scatola è meglio di un’altra, ma meglio ancora è non essere in alcuna scatola e mantenere libero il nostro pensiero.

Puoi dare un’occhiata alla presentazione su apertura mentale, razionalità, empatia e positività che ho fatto di recente alla Conferenza Internazionale per i Diritti Animali a Lussemburgo.

Vedi anche: 10 questioni vegane su cui ho recentemente cambiato idea.

Traduzione di Eugenia Albano

Di cosa hanno così paura i vegani?

Pensavo che il mio articolo “Perché essere vegani non è tutto o niente” fosse scritto in modo piuttosto chiaro, razionale e compassionevole. L’ho scritto nella stessa ottica in cui scrivo tutto: invitare più persone possibile a unirsi a noi nel cercare di creare un mondo più compassionevole.

Nonostante questo, oltre ai numerosi commenti positivi e alle condivisioni, l’articolo è riuscito a far arrabbiare certi vegani a dei livelli che mi hanno sorpreso e persino scioccato. Non ti annoierò con i dettagli, diciamo solo che ho ricevuto diversi insulti (qui alcuni esempi, se non mi credete).

Lo trovo piuttosto triste, ma anche affascinante: è possibile che persone che sono dalla stessa parte litighino così intensamente? Come fanno alcuni a trovare così facilmente prove di tradimento in persone che combattono per la stessa causa?

Il mondo è più bello se guardiamo a colori.

Così ho provato a mettermi nei panni di quei vegani arrabbiati e ho cercato di immaginare cosa di quello che avessi scritto desse loro così tanto fastidio.

In primo luogo, sembra che alcune persone abbiano frainteso le mie intenzioni. Come ho detto, scrivo sempre con l’obiettivo di aiutare questo movimento ad essere più efficace nel raggiungere l’obiettivo della “liberazione animale” (o comunque lo vogliate chiamare). Potrei fallire, ma quanto meno questa rimane la mia intenzione. La mia preoccupazione principale non è certo quella di proteggere i sentimenti degli onnivori, o dare alle persone delle motivazioni o delle scuse per continuare ad usare i prodotti animali. Non sarei nemmeno contento di una liberazione animale o un veganismo parziali, al contrario, voglio andare molto più in là della maggior parte dei vegani e sono anche interessato alla sofferenza degli animali selvatici – la sofferenza è sofferenza, che sia inflitta dagli essere umani o no.

E ora, queste sono le paure che noto nelle reazioni delle persone quando suggerisco di essere pragmatici e un minimo flessibili nella nostra definizione del termine “vegan”.

1. La paura che il concetto di veganismo venga annacquato.
È normale che i vegani non vogliano sminuire l’idea di “essere vegano” o “veganismo”. Non vogliono che significhi altro che quello che significa (o quello che credono significhi): prodotti, cibo, consumi, uno stile di vita… che non includa animali. Credo che ci sia la paura di ritrovarsi con un’idea annacquata di questo concetto, dove “vegan” significa “quasi privo di sfruttamento o sofferenza animale”.

Due risposte. In primo luogo, come ho scritto, è un’illusione pensare che uno stile di vita vegan sia uno stile di vita che non infligga alcuna sofferenza a animali umani o non-umani (il fatto che questa argomentazione sia usata da chi mangia carne contro i vegani, non significa che non sia vero). In secondo luogo, dobbiamo aiutare le persone a fare il primo passo, non l’ultimo. Gli ultimi passi, i dettagli, si risolveranno da soli, quando i prodotti animali secondari diventeranno sempre più rari e costosi. Se riuscissimo ad ottenere una società 95% (o anche 75%) vegana non ci sarà alcun ostacolo a colmare le distanze. È inutile preoccuparsi ora degli ingredienti minuscoli e rendere il tutto più difficile, perché potrebbe benissimo impedire alle persone di muoversi.

2. La paura che la gente possa confondere cosa sia vegano e cosa no, e chi sia vegano e chi no.
Se un vegano fa un’eccezione (es. mangia un biscotto non vegano), rischia di confondere le persone e queste finiranno per non sapere veramente che cosa sia il veganismo o, peggio ancora, ci serviranno qualcosa di non vegano! Questa è l’argomentazione. Ciò che posso dire è che se questo è quello di cui ci preoccupiamo in questa fase del movimento, quando 65 miliardi di animali terrestri sono uccisi nell’industria alimentare ogni anno, allora dobbiamo davvero riorganizzare le nostre priorità. Dobbiamo pensare in modo molto più strategico.

3. La paura che i vegani verranno visti come incoerenti se mai fanno qualcosa di non vegano.
Quando per esempio presento il mio argomento delle lasagne, dicendo che per rendere l’idea del veganismo più accessibile farei delle minime eccezioni qua e là in casi speciali, alcuni vegani pensano che questo verrà interpretato come incoerenza (o, nel caso peggiore, ipocrisia). Lasciate che ve lo dica: la preoccupazione per l’incoerenza è prevalentemente nella nostra testa, non in quella di chi mangia carne. Quello che vedono gli altri è una cosa molto molto difficile; mostrare che in qualche caso speciale si possono fare eccezioni, fa sembrare noi e il veganismo più attraenti, non meno. Secondo me, la coerenza è spesso sopravvalutata. Questo non significa che dovremmo fare qualsiasi cosa ci passi per la testa, ma una coerenza al 99% va benissimo.

La questione è se questo tipo di paure siano abbastanza per spiegare le reazioni arrabbiate che ho ricevuto per quel post. Ho l’impressione che per molti vegani non sia in gioco semplicemente la definizione di veganismo, ma qualcosa di molto più profondo: trovo che, da un certo punto di vista, alcune persone percepiscano che una parte molto importante della loro identità è stata messa in discussione. Ne scriverò un’altra volta.

Un’altra cosa piuttosto interessante è che molte delle persone che continuavano a ripetere “o sei vegano o non lo sei” si riferivano ad altri ambiti, problemi, identità, immagine pubblica che a loro volta erano apparentemente bianco o nero. Eppure, in ciascuno di questi casi, ho visto un sacco di grigio. Una persona ha detto che un Cristiano o un Musulmano non è 95% Cristiano o Musulmano. Ma io penso l’esatto opposto: sia in termini della loro fede (mentale) che del loro comportamento (esteriore), le persone presentano diversi gradi di religiosità. Lo stesso vale per l’avere pensieri o comportamenti razzisti: pare che, in un modo o nell’altro, li abbiamo tutti.

Le reazioni spesso meschine mi hanno fatto capire con ancora maggiore chiarezza che essere vegani non è il punto di arrivo e che i vegani non dovrebbero affermare di essere migliori degli altri. Tutti noi possiamo aumentare la nostra compassione, possiamo aprire le nostre menti ad idee che non coincidono con le nostre. Se non siamo mai in grado di leggere, ascoltare, parlare o discutere con compassione, allora abbiamo davvero tanta strada da fare.

E non temere, anche io faccio parte di quelli che hanno ancora tanto da imparare.

Teniamo la mente aperta e crediamo nelle buone intenzioni degli altri.

Traduzione di Eugenia Albano

Prima di disturbare chi mangia carne al ristorante, leggi qui.

Direct Action Everywhere (DxE) è il gruppo che sta dietro alle irruzioni nei ristoranti in cui si mangia carne: un gruppo di attivisti che ha conquistato sicuramente molti titoli sui giornali in seguito all’azione del 30 gennaio 2018 presso il Rare Steakhouse di Melbourne, in Australia, con decine di persone armate di megafoni e cartelloni raffiguranti animali sofferenti. Alcuni vegani plaudono a queste tattiche e vi partecipano, altri le ritengono molto imbarazzanti. Ecco alcune riflessioni sul tema.

Activists disupting people's meal at Rare Steakhouse in Melbourne
Attivisti che disturbano le persone durante il pasto alla Rare Steakhouse a Melbourne

Due ragioni per avviare la rivoluzione
Credo che chi adotta queste tattiche dirette di attivismo lo faccia per due ragioni molto diverse. La prima potrebbe essere la frustrazione nel pensare all’immensa sofferenza e morte degli animali e la corrispondente volontà di velocizzare il processo di consapevolezza. Posso sicuramente comprendere la sensazione che il cambiamento stia avvenendo troppo lentamente.
L’altra ragione sembra quasi l’opposto della prima: negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una rilevante copertura mediatica del tema, a prova della crescente popolarità dell’alimentazione a base vegetale: startup vegan che macinano profitti – talvolta grazie agli investimenti provenienti dall’industria della carne -, nuovi prodotti vegan che vanno a ruba appena messi in commercio, persone famose che adottano la dieta vegan, spettacolari tassi di crescita del numero dei vegani, e così via. Presumo che informazioni di questo tipo possano incoraggiare alcuni vegani e portarli a pensare che sia giunto il momento di avviare azioni di questo tipo. La rivoluzione è nelle nostre mani!

Io credo che né la perdurante sofferenza degli animali e la nostra conseguente frustrazione né le buone notizie e il nostro ottimismo ci dovrebbero spingere, in questo momento, a organizzare azioni come le irruzioni nei ristoranti. Non parlo delle tattiche di azione diretta in generale: quando sono ben mirate, non ho nulla da ridire. Ma penso che nel caso specifico l’azione sia fuorviata e non raggiunga l’obiettivo.

“Non dire alla gente che si sbaglia”
Nel testo che segue, parafraserò i contenuti di una sessione del Festival delle Idee di Aspen 2017 intitolato “Per persuadere gli altri, fate attenzione ai loro valori” dei relatori Matthew Feinberg, docente di comportamento organizzativo all’Università di Toronto, e Rob Willer, professore di sociologia e psicologia a Stanford. *La sessione merita di essere ascoltata per intero, ma ad un certo punto uno dei moderatori chiede ai ricercatori se siano in grado di fornire alcuni consigli su cosa non fare quando si vuole cambiare l’opinione di qualcuno.

Sulla scorta del loro vasto lavoro di ricerca, la prima cosa che Feinber e Willer citano è: non dire a qualcuno che la sua morale o i suoi valori sono sbagliati – a meno che l’obiettivo non sia litigare, piuttosto che convincere. I valori morali fanno talmente parte dell’identità di ciascuno che sfidarli si traduce in una minaccia o un rimprovero. E le persone, in genere, reagiscono in maniera difensiva davanti ad una minaccia – un fenomeno conosciuto, in ambito morale, con l’espressione “opposizione morale”. Ho già affrontato una forma di questo tipo di opposizione, la denigrazione dei puri, in base alla quale chi compie buone azioni viene denigrato. Il problema principale a questo proposito non è il ridicolo in cui gli attivisti vengono gettati o il giudizio negativo su di loro, bensì il fatto che, a causa di questa opposizione, ci sono ancora meno possibilità che altre persone si associno al cambiamento. (Un’indicazione in tal senso a proposito dei fatti di Melbourne è l’incremento dei follower del ristorante dopo l’accaduto).

Cosa ci suggeriscono quindi i due relatori? Consigliano di provare ad articolare diversamente il nostro messaggio, esprimendolo nei termini dei valori condivisi dal nostro pubblico. Scriverò di questo in un altro post.

“Non assumere comportamenti estremi”
La seconda cosa che i relatori consigliano di evitare è di comportarsi in modi estremi. Ciò che i ricercatori hanno rilevato in molte proteste e altri tipi di attivismo è che più la tattica è estrema e più è probabile che le persone si allontanino. Feinberg e Willer hanno riscontrato un paradosso: se vuoi attenzione alla tua causa, hai bisogno dei media. Ma il comportamento che è più probabile venga colto dai media è quel comportamento estremo che è più probabile che allontani il lettore o lo spettatore medio, il quale, conseguentemente, sarà meno portato a sostenere la tua causa. I ricercatori aggiungono poi che gli attivisti coinvolti in prima persona in questi comportamenti estremi, quando vengono intervistati, ritengono che queste pratiche siano efficaci non solo per attrarre l’attenzione delle persone (vero) ma anche per persuaderle (falso).

(Nota a margine: molti vegani esterni a DxE sembrano credere, come me, che queste tattiche non siano efficaci – e questa differenza di opinione all’interno della comunità vegan sembra essere di per sé un argomento interessante per i media.)

Sulla pagina Facebook di Melbourne Cow Save – che suppongo abbia co-organizzato la protesta al ristorante – si legge: “Quest’azione non mirava ad educare la gente al veganismo. Si è trattato di un’azione diretta non violenta mirata alla fine dello sfruttamento e dell’uccisione degli animali, volta a spingere i diritti animali nella coscienza pubblica attraverso l’azione diretta non violenta”. Queste persone sono state decisamente capaci di far parlare di sé e del messaggio che portano avanti, ma un tale risultato è da considerarsi necessariamente positivo? Inserire un problema nella coscienza pubblica non equivale a cambiare questa coscienza (e quindi, nel migliore dei casi, i comportamenti). Far crescere la consapevolezza e aiutare a rendere la causa oggetto del discorso pubblico è sicuramente un risultato che conta, ma se a ciò si accompagna una opposizione morale siamo probabilmente lontani dal nostro ideale.

Le mucche non sono gattini
Penso che uno degli errori che gli attivisti di DxE siano portati a compiere sia l’eccessiva sicurezza nell’esistenza dei parallelismi tra la loro causa e altri movimenti di giustizia sociale. DxE fa spesso riferimento alla disobbedienza civile non violenta e all’azione diretta di Martin Luther King o Gandhi, sostenendo – giustamente, secondo me – che queste tattiche siano determinanti nel condurre al cambiamento sperato.

Non nego che si possano imparare importanti lezioni da altri movimenti di giustizia sociale, ma dobbiamo essere coscienti del fatto che il movimento per i diritti animali non si trova nella stessa fase in cui si trovavano i movimenti per i diritti civili quando si usavano quelle tattiche per chiedere la fine della discriminazione razziale, in termini di livello di sostegno pubblico alla nostra causa. Penso che questo tipo di azione diretta verrebbe accolta molto meglio, e avrebbe un impatto maggiore, se riguardasse una causa condivisa dalla maggior parte della gente. Un attivista DxE avrebbe affermato che “Se loro [il ristorante] avessero venduto i corpi di gattini morti e li avessimo fermati, saremmo stati accolti come eroi”. Sì, probabilmente, ma mentre i vegani non vedono differenze tra una mucca e un gattino, in generale il pubblico lo fa.

E’ una buona idea incontrare il pubblico nel punto in cui si trova e non aspettarsi che condivida i nostri valori o li adotti al momento. Irrompere in un ristorante in cui si stanno mangiando dei gattini, ad esempio, sarebbe molto efficace in un paese occidentale in cui la maggior parte della gente condivide l’idea che i gatti siano degli amici, non del cibo. Ma in alcune parti del mondo l’idea di cibarsi di carne di gatto non è vista allo stesso modo, perciò un’irruzione di questo tipo non sarebbe così efficace. Al contempo, disturbare un gruppo di persone che sta mangiando della carne bovina in un paese come l’India, in cui la visione delle mucche diverge molto da quella diffusa nei paesi occidentali, potrebbe invece essere efficace.

Non diamo scuse per non ascoltare
Allora, no: questi attivisti non verranno considerati degli eroi, così come ha affermato il loro portavoce. Il fatto che ciò abbia importanza non è un problema di ego e indubbiamente chi ha partecipato alla protesta non ha alcun problema nel non sentirsi apprezzato. Anzi, gli attivisti potrebbero in parte apprezzare il fatto di essere considerati fastidiosi. Il problema è che noi vegani siamo ancora un piccolo gruppo, potenzialmente in grado di basarsi su un sostegno molto più ampio rispetto a quello che abbiamo ora – anzi, ne abbiamo bisogno. Dobbiamo agire in modo da allargare questo sostegno, anziché inimicarci potenziali alleati. Anche se le cose sembrano volgere al meglio, in qualità di vegani stiamo ancora percorrendo una strada in salita contro la stigmatizzazione, contro chi ci attribuisce ogni tipo di comportamento: saremmo pazzi, arrabbiati, negativi, pronti a fare la predica, perennemente insoddisfatti. Non dovremmo alimentare o confermare questi giudizi (che talvolta corrispondono a verità, ma nella maggior parte dei casi sono falsi) e di sicuro non dovremmo fornire alla gente delle scuse per non ascoltarci.

Potenziali benefici
Detto ciò, lasciatemi essere il più indulgente possibile – ovviamente sto dalla parte degli attivisti – e assumere per un momento il ruolo dell’avvocato del diavolo. Vediamo se è possibile trovare degli argomenti a favore delle irruzioni nei ristoranti e di altre tattiche radicali.

  • E’ possibile che queste tattiche facciano sembrare più avvicinabili e razionali gli attivisti più moderati e gli altri vegani, se messi al confronto con l’elemento radicale (è il cosiddetto “effetto dell’ala radicale”). Questo potrebbe essere positivo. Ma è ugualmente possibile che molti tra coloro che ritengono ancora accettabile cibarsi di animali continueranno ad equiparare gli elementi meno radicali a quelli radicali e, pertanto, a considerare tutti i vegani radicali o estremisti. Non è vero, e non è giusto, ma è anche umano.
  • Una cosa buona che si può dire su DxE (così come su altre forme di attivismo da strada) è che sembra attrarre e reclutare molti attivisti. I vegani che fino a quel momento sono rimasti passivi si infiammano con i demo di DxE e diventano attivisti (la spiegazione relativa a questa leva si trova più avanti). Ed essere un attivista (vale a dire, fare qualcosa di più per gli animali che limitarsi a non mangiarli) è importante. Ma, ovviamente, se nutriamo seri dubbi sull’impatto positivo delle azioni di DxE, l’eventuale presenza di un numero maggiore di persone tra i loro ranghi non sarebbe necessariamente una buona cosa. Se c’è una discrepanza tra le azioni attira-attivisti e quelle efficaci, mi sembra che dovremmo provare ad attirare nuovi attivisti con queste azioni, anche se non ideali, per poi provare a condurli verso forme di attivismo più efficaci, magari organizzate dallo stesso gruppo.
  • Posso anche assicurare che c’è molta incertezza su cosa funziona, cosa funziona meglio e cosa non funziona. E’ spesso difficile misurare l’impatto di specifiche forme di attivismo. Chi difende le tattiche di DxE sosterrà che, nonostante le reazioni molto negative di qualcuno, queste azioni possono piantare dei semi nella coscienza delle persone, semi che potranno germogliare e cambiare le loro opinioni. Lo ritengo possibile, anche se, dato il significativo rischio di alienarsi le simpatie di potenziali alleati, l’onere della prova del funzionamento di queste azioni dovrebbe ricadere su DxE.
  • Infine, sono abbastanza aperto all’idea per cui, un giorno, le irruzioni nei ristoranti potranno essere abbastanza efficaci, anche se personalmente potrebbero non piacermi mai. Posso immaginare che, in un mondo in cui avremo abbastanza gente dalla nostra parte, possa essere utile far capire ai ritardatari la sensazione che… siano, appunto, arrivati in ritardo alle giuste conclusioni. Ma quel giorno non è arrivato.

Il caldo bagliore della solidarietà di gruppo
Un altro vantaggio che queste azioni possono offrire – anche se non sono le uniche a farlo – è quello di fornire energia e un senso di appartenenza, nonché accrescere la coesione di gruppo. Lasciatemi tornare per un attimo a Feinberg e Willer: alla domanda su cosa si ottiene quando ci si unisce ad altre persone che condividono i propri valori, rispondono così – e credo che ciò parli a molti vegani- :

Si ottengono molte cose quando ci si lega a persone moralmente simili e si esprimono giudizi morali sulle stesse cose che si ritengono sbagliate e che dovrebbero essere condannate; si ottiene molto incontrando la solidarietà altrui e lodando assieme ciò che si ritiene moralmente encomiabile. Si può sviluppare un senso di solidarietà di gruppo di ordine morale, che è qualcosa di potente (…) Riunirsi ad altre persone che la pensano allo stesso modo e ritrovarsi a celebrare questa comunanza nel profondo delle convinzioni comuni regala sensazioni molto forti. I valori delle persone sono, per definizione, ciò in cui si crede più nel profondo di sé: si può combattere e morire per difenderli. Perciò, quando ci si unisce celebrando questi valori e condividendoli, discriminando tra chi crede in loro e chi non li condivide, è possibile vivere un’esperienza fortemente trascendente, in grado di generare sensazioni profonde di fiducia all’interno del gruppo. Non è strano, né sgradevole che ciò accada: le persone sono spinte verso un’esperienza di questo tipo.

Perciò, non è sbagliato, né spiacevole provare queste sensazioni e, specialmente in un mondo in cui poche persone sono d’accordo con noi, è normale cercare le conferme di chi ha le nostre stesse idee. Ma dobbiamo fare attenzione al fatto che il caldo bagliore che riceviamo dal fare attivismo non ci renda ciechi di fronte al reale impatto delle nostre azioni.

In altre parole, dobbiamo fare attenzione a non confondere il sentirsi bene con l’agire bene.

Vuoi leggere di più riguardo a strategia vegana e comunicazione? Consulta il mio libro How To Create A Vegan World.

*Anche se cito da un podcast, in cui, ovviamente, parla solo uno di loro alla volta, cito entrambi, Feinberg e Willer, non potendo distinguere tra la voce di uno e quella dell’altro.

 

Traduzione di Roberta Seclì

Perché essere vegani non è tutto o niente

Ecco un’altra cosa in cui mi imbatto spesso:

Essere vegan è come essere incinta: o lo sei, o non lo sei.

Ha senso, se non ci pensi troppo. Perché quando ci pensi bene, smette di avere senso, da diversi punti di vista.

Questo tipo di visione in bianco e nero ha due problemi, il primo è strategico, l’altro è concettuale.

Il primo è che presentare l’essere vegano come qualcosa che sei o non sei, senza vie di mezzo, non è strategico. Ne ho già scritto in passato: far sembrare il veganismo una cosa binaria, significa escludere tutti quelli che vogliono unirsi per una parte anche consistente del viaggio. Tecnicamente è corretto classificare una persona che è vegana al 99,5% (diciamo che mangiano una fetta di torta non vegana a casa della nonna una volta l’anno) come non vegana, ma ovviamente questa persona è molto più vicina all’essere vegana che a non esserlo (o essere onnivora o vegetariana).

In secondo luogo, esiste una zona grigia, dove non è chiaro se l’uso o il consumo di certi prodotti o ingredienti escluda di fatto qualcuno dall’essere definito vegano. Proprio così, che cosa è vegano e cosa no non è del tutto chiaro e probabilmente è più un gradiente che altro.

Donald Watson, fondatore della Vegan Society nel Regno Unito, ha definito il veganismo una filosofia e uno stile di vita che cerca di escludere – per quanto possibile e pratico – ogni forma di sfruttamento o crudeltà verso gli animali per cibo, abbigliamento o altri scopi.

La condizione “per quanto possibile e pratico” è importante. Lascia spazio per una zona grigia e per la soggettività. Alcuni vegani pensano che quello che è possibile e pratico sia molto chiaro. Evitare una fetta di torta una volta l’anno è decisamente possibile e pratico: basta dire di no alla nonna, giusto?

Ma ciò che è possibile e pratico per una persona potrebbe non esserlo sempre per un’altra e non dovremmo cercare di decidere per gli altri che cosa è possibile e pratico per loro. Se non sei d’accordo e credi che quello che tu ritieni possibile e pratico lo sia per tutti, prova a immaginare una persona che ha studiato e applica attivamente le 320 pagine del libro Veganissimo. Che cosa risponderesti se ti dicesse che trova assolutamente possibile e pratico evitare tutte quelle centinaia di pagine di ingredienti problematici?

Quindi no, essere vegan non è come essere incinta. Così come i crudisti si dicono che lo sono al 70% o all’80%, lo stesso è possibile con l’essere vegani.

Qualcuno sottolineerà che il veganismo (al contrario del crudismo) è più che una dieta, cosa ovviamente vera, anche se la dieta ne è una grossa parte. Nel senso che il veganismo è anche una filosofia, un’etica, uno stile di vita, è una questione di tutto o niente, potrebbero obiettare queste persone. O rispetti i diritti degli animali, o no, direbbero loro.

Ma è davvero così? Prova a pensare al nostro comportamento verso le persone. Probabilmente nessuno di noi rispetta i diritti di tutte le persone sempre e comunque. La maggior parte di noi sono gentili e compassionevoli solo alcune (si spera quasi tutte le) volte. Spesso facciamo errori.

Dire che essere vegano o rispettare gli animali nei tuoi consumi e nei tuoi comportamenti è una questione di bianco o nero è chiedere una perfezione che ci è aliena. Possiamo solo cercare di essere sempre migliori. Non c’è un “lì”, non c’è un punto di arrivo. Ci siamo solo tutti noi, che ci muoviamo in una certa direzione e, si spera, portandoci dietro quante più persone possibile.

Vedi anche la mia risposta alle reazioni su questo articolo: Di cosa hanno così paura i vegani? (in inglese).

Traduzione di Eugenia Albano

Opinione Lenta

Hai presente tutto questo parlare di rallentare? Non mi piace particolarmente, per lo meno non quando si parla di persone che vogliono cambiare e migliorare il mondo. Sono proprio quelle persone che devono essere rapide e produttive. Sono assolutamente a favore del fare le cose con calma se parliamo di occupazioni commerciali. Come disse Gandhi: “La velocità è irrilevante se stai andando nella direzione sbagliata”, ma le buone cause, le organizzazioni no profit, i fautori del cambiamento vanno di solito nella direzione giusta: che vadano quindi alla velocità della luce, e non rallentino!

Tuttavia c’è un ambito in cui sono convinto che quasi sempre andare veloce è sbagliato: formare delle opinioni. I forum, i social media – dove basta un secondo per fare un commento sarcastico – contribuiscono all’ ”opinione veloce”. È arrivata l’ora di un nuovo movimento: dopo slow food e “slow” tutto, permettetemi di presentarvi la slow opinion.

Gli opinionisti lenti sono consapevoli della complessità della vita e della società odierna ed è per questo che si rifiutano di formulare un’opinione prima di averci pensato bene ed essersi informati adeguatamente.

Ma l’opinione lenta va oltre il riflettere accuratamente ed informarsi, include anche l’empatia. Gli opinionisti lenti si chiedono: come sarebbe essere nei panni di quella persona? Quali argomentazioni sono importanti per loro? In quale posizione si trovano? È possibile che abbiano una buona ragione per dire, scrivere o fare questa determinata cosa? Che cosa mi sfugge in questa discussione?

Un vantaggio dell’opinione lenta, forse il più grande, è che riduce giudicare, condannare  e offendere gli altri al minimo. L’opinione lenta si può applicare in quasi tutte le circostanze e con qualsiasi persona, incluse le celebrità e i politici. Del resto sono persone anche loro.

L’opinione lenta implica anche che possiamo rispettare il fatto che qualcuno non voglia decidersi immediatamente perché manca loro un quadro completo o non hanno avuto abbastanza tempo per pensare alla questione. Tale sospensione del giudizio non dovrebbe essere vista come indecisione, debolezza o mancanza di intelligenza, ma deve essere interpretata come una sorta di processo di maturazione necessario per giungere a una decisione qualitativa o a un’opinione saggia. Questa lentezza non può nemmeno essere vista come una neutralità ingiustificata o come il rifiuto di prendere posizione (anche se quest’ultima può essere di per sé una posizione onorevole). Questo vale anche quando parliamo di argomenti apparentemente ovvi. Ognuno di noi può pensare a questioni di questo tipo, ma, per esempio, nei miei giri è ovvio essere contro gli OGM, condannare certi partiti e certi politici, essere contro la religione ecc. L’opinione lenta si applica a qualsiasi domanda alla quale i progressisti credono di aver già trovato la risposta da secoli e dove sembra tabù anche solo riflettere o mettere in dubbio la domanda.

Ci sono altre cose che l’opinione lenta non è: non è la stessa cosa di parlare e fare riunioni in eterno e non deve necessariamente essere applicata a tutte le circostanze. Ci sono momenti in cui è cruciale farsi velocemente un’opinione, ed è l’unica cosa che si può fare. E capisco che ci sono ambiti in cui la nostra passione o la nostra esperienza ci porta all’opinione veloce.

L’opinione lenta ha degli svantaggi, il più grande è chiamato paralisi dell’analisi: pensare troppo, cercare di tenere in conto troppe cose e quindi non giungere a una conclusione, o arrivarci troppo tardi. È il modo ideale per infastidire le persone, e arresterà e ritarderà ogni processo.

Ma quando l’opinione lente è fatta bene, è fantastica. Prova a immaginare che tutti, prima di scrivere o dire qualcosa, prendano a cuore l’opinione lenta. Immagina persone che in una discussione, non dicono sì o no troppo velocemente, danno il giusto peso alle loro emozioni, vogliono pensare in modo razionale, oggettivo e logico prima di tirare le conclusioni. Persone che vogliono essere informate e dicono “Lascia che ci pensi, ti farò sapere.” Persone che chiedono: “Puoi consigliarmi un buon articolo su questo argomento?” e che sono onesti con se stessi e disposti a cambiare idea. Persone che non fanno solo affermazioni, ma anche domande e quando fanno affermazioni, metteranno un “è solo la mia opinione” qua e là, non tanto per dire, ma credendoci veramente.

Credo che il movimento vegan possa trarre enorme beneficio dall’opinione lenta e dalla riflessione profonda. Ci aiuterebbe a giudicare di meno sia le persone dalla nostra parte, sia quelle contrarie, a evitare il dogma caratteristico di una grossa parte del nostro movimento e a essere aperti a nuove idee.

Traduzione di Eugenia Albano

L’ascesa delle aziende vegan in incognito

A noi vegani piace diffondere la parola “vegan”, ci piace vederla sui prodotti e sui menu dei ristoranti. Diffondere la parola non solo ci rende più facile identificare le cose da mangiare, ma dovrebbe anche aumentare la consapevolezza del veganismo in generale. Ma se non usare la parola “vegan”… aiutasse a vendere più prodotti vegan?

La prima volta che mi sono imbattuto in questa idea è stato diversi anni fa, in un supermercato Whole Foods in California. Sapevo che avevano una torta vegana in vendita, ma non riuscivo a trovarla, così ho chiesto alla persona al bancone dove fosse. Mi ha mostrato la torta e mi ha detto che non era più etichettata come “vegan” perché da quando avevano rimosso l’etichetta le vendite di quella torta erano triplicate.

Di recente ho visto sempre più attività commerciali che io chiamo “vegan in incognito”, ovvero il fatto che siano vegan o non è per nulla evidente oppure è comunicato solo in modo molto sottile. Ecco un paio di esempi nei quali mi sono imbattuto.

A Melbourne (e credo anche in altre città australiane), c’è una catena chiamata Lord of the Fries. A vederlo, Lord of the Fries sembra un fast food qualsiasi, con i soliti hamburger e frullati, ma è tutto vegetariano e vegano. Se fate attenzione lo notate, ma alcuni miei amici hanno osservato che non solo la maggioranza della clientela non è né vegetariana né vegana, ma non ha nemmeno idea che non sta mangiando carne! Mi è stato detto che a volte le persone lo scoprono solo dopo mesi e mesi di frequentazione.

The menu at Lord of the Fries, Melbourne, Australia
Il menu di Lord of the Fries, Melbourne, Australia

Un altro esempio è la piccola catena di gelaterie Gela in Israele. Il negozio in cui sono stato aveva sul bancone un piccolo sticker “vegan friendly”, distribuito da una no-profit israeliana. Dato che non so l’ebraico, ho chiesto alla persona al bancone se ci fosse qualche altro messaggio nel negozio che è tutto vegan e mi ha risposto di no: la maggior parte delle persone che entra non ne ha idea.

Gela in Israel only has a vegan friendly sticker, but everything is vegan.
Gela in Israele ha solo uno sticker “vegan friendly”, ma è tutto vegan.

Un altro esempio è Ronald’s Donuts, un minuscolo negozio di donut a Las Vegas. Nulla sull’edificio tradisce che dentro ci sia alcunché di vegano e se vuoi sapere quali donuts sono vegani, devi chiedere.

Perché questi posti, e molti altri, sono così timidi sull’essere completamente vegetariani o vegani? Ovviamente non è perché si vergognano di usare la parola, piuttosto, è perché sanno che, in questo momento, sono più le persone respinte di quelle attratte da queste parole. Per la maggior parte delle persone “vegetariano” e “vegano” non indicano un valore aggiunto, ma un valore sottratto. Per fare un paragone, prova a pensare alla tua reazione verso un ristorante totalmente gluten-free. A meno che non ti interessi il cibo senza glutine, probabilmente penserai qualcosa di simile a quello che penserei io: che quei piatti non sono buoni quanto i piatti normali, hanno perso qualcosa (forse il gusto?). Che il cibo in un ristorante gluten-free sia o non sia all’altezza del cibo in un ristorante tradizionale è irrilevante, il fatto è che esiste un pregiudizio.

Potresti pensare: ma non si perdono forse dei clienti? Un vegano potrebbe passarci di fronte e non saperlo mai, giusto? Beh, potrebbero perderne alcuni, ma probabilmente ne guadagnano molti di più. Inoltre vegetariani e vegani sono capaci di trovare ristoranti adatti a loro grazie al passaparola, l’app Happy Cow o altro, non c’è alcun bisogno di scrivere in lettere cubitali “VEGAN” sulla vetrina.

Tutto questo cambierà quando le persone apprezzeranno di più il cibo vegan, e un modo per farglielo piacere di più è lasciare che mangino cibo vegano senza saperlo. Se lo scoprono dopo averlo mangiato (e apprezzato), tanto di guadagnato.

E, nel caso non ci avessi pensato: quello che rende le attività vegan in incognito possibili è il fatto che a questo punto abbiamo delle alternative talmente straordinarie per un sacco di prodotti che è diventato addirittura possibile ingannare le persone. È un progresso!

Traduzione di Eugenia Albano

Come veganizzare gli altri

Molti vegani aspirano a trovare il modo ideale per far diventare vegani gli altri, puntando spesso su amici, familiari, o anche sul proprio compagno. Non di rado si sentono frustrati quando i loro tentativi di far rinunciare ai prodotti animali non hanno risultati significativi.

Qui sotto trovi le mie riflessioni e i miei consigli sull’argomento.

In primo luogo, ricorda che non mi piace pensare nei termini di “convincere” o “convertiregli altri, perché non trovo che sia una terminologia produttiva. Non è un bene che le persone abbiano l’impressione che vogliamo convertirle o convincerle (le persone resistono all’essere convinte di qualcosa dagli altri – vedi sotto), per questo motivo è meglio che non pensiamo ai nostri sforzi in questi termini. In fin dei conti, non possiamo obbligare gli altri a fare niente, ma possiamo influenzarli nella giusta direzione e aiutarli ad aprire il cuore e la mente.

Anche il termine influenzare potrebbe avere una connotazione di manipolazione o forzatura, ma, di fatto, influenzare è una cosa normalissima che nessuno può evitare di fare. Ogni singolo essere umano influenza costantemente altri esseri umani, implicitamente o esplicitamente, in una direzione positiva o negativa. Non dovremmo vergognarci d’influenzare gli altri in una direzione positiva, sempre che sia fatto con integrità, trasparenza e buone intenzioni.

Quindi, ecco alcuni suggerimenti per influenzare efficacemente gli altri a muoversi verso il veganismo o una dieta più vegetale.

influencingUNO: Chiediti se ne vale la pena
Alcune persone non diventeranno mai vegane nella loro vita, oppure l’impresa richiederebbe tanto tempo ed energia che è possibile siano meglio spesi altrove. Possiamo chiederci più in generale se sia utile dedicare molte risorse alle interazioni uno a uno, dato che potremmo anche impegnarci a cambiare istituzioni come scuole, aziende e governi locali. Impegnarsi per il cambiamento istituzionale avrà in linea di massima un rendimento molto maggiore che dedicarsi al cambiamento dei singoli. Senza dubbio esistono individui molto influenti, che hanno un ampio raggio di azione o che hanno esattamente il potere decisionale necessario per cambiare le cose all’interno dell’istituzione per la quale lavorano. Se tua mamma è l’Amministratore Delegato di una grossa azienda, può avere senso cercare d’influenzarla, piuttosto che se è una libera professionista e non ha un grosso impatto su altre persone. Quindi, se puoi, investi il tuo tempo in persone che hanno il ruolo di moltiplicatori.

DUE: Mettiti nei loro panni
Non usare un approccio uguale per tutti, ma adattalo alla persona o alle persone di fronte a te. Cerca d’immaginare come sia essere nei loro panni, di capire cosa apprezzano e cosa potrebbe aiutarli a cambiare idea. Si tratta di una discussione filosofica? Del buon cibo? Semplicemente una bella conversazione? Hanno paura di possibili ricadute sulla salute? Hanno allergie e bisogno di soluzioni pratiche? Hanno bisogno di vedere che esistono molte ottime alternative e che mangiare vegano è anche pratico?

TRE: Informa e aiuta
Quando i vegani soppesano gli strumenti a loro disposizione, di solito pensano subito alle argomentazioni morali, presentate sotto forma di discorso, di video su youtube, opuscolo o documentario. Ognuno di questi strumenti può essere utile e puoi usarli, ma ricordati che ce ne sono molti altri. Possiamo dare molte cose, in molte forme diverse: oltre agli argomenti morali (quello che succede agli animali), ci sono altre argomentazioni come l’ambiente, la salute, ecc. Possiamo anche lasciare stare completamente le discussioni e dare loro una bella esperienza gustativa, possiamo presentare informazioni teoriche (quanti alberi sono abbattuti per la carne) o informazioni pratiche (dove trovare un buon ristorante). Infine, se hai l’opportunità di semplificare le cose per le persone che vuoi influenzare, per esempio cucinando per loro, non esitare a farlo. In ogni caso, evita l’overload d’informazione. È normale avere la tentazione di continuare a dare nuove informazioni, nella speranza che il prossimo testo, la prossima citazione, video o foto sia la goccia finale. Se continuano a chiedere informazioni, allora dai loro quello che vogliono, ma la maggior parte delle persone non lo fa. Non dare per scontato che un’apertura iniziale o una richiesta di informazioni significhi che continueranno a essere felici di ricevere altro e che non si stancheranno mai. Se ti etichettano come quello che, ogni volta che lo vedono, continua a parlare ininterrottamente dello stesso argomento, prima o poi cominceranno a evitarti.

QUATTRO: Chiedi – ma non tutto o niente
È una buona idea dare suggerimenti concreti e obiettivi, ma non presentare questo obiettivo come qualcosa che devono fare (per ragioni etiche o altro), ma sempre come qualcosa che è bene fare. Ricordati anche che questo obiettivo non deve necessariamente essere diventare vegani. Molte persone potrebbero non essere pronte a diventare vegane, ma sono disposte a fare qualche passo in quella direzione. Potrebbero voler partecipare ai Lunedì Senza Carne, o a Veganuary o anche a fare molto di più, per esempio rinunciare ai prodotti animali nei giorni feriali. Accetta e apprezza questi passi perché 1) di per sé contribuiscono a ridurre la sofferenza e 2) potrebbero essere i passi iniziali verso qualcosa di più. Una volta superata la soglia iniziale, è più facile andare avanti. Inoltre, è importante ricordare che in questa fase non è necessario che tutti diventino vegani, perché se avessimo abbastanza persone che riducono in modo significativo il consumo, un mondo vegano sarebbe dietro l’angolo. È una questione di massa critica e di raggiungere il punto di svolta.

CINQUE: Sii paziente e non insistere
Una volta che hai dato una quantità sufficiente d’informazioni il più possibile adattate a quella persona, è arrivato il momento di fare un passo indietro ed essere paziente. Pazienza significa che potresti dover aspettare mesi o anni. Forse pensi che non possiamo permetterci di aspettare, ma le cose vanno così. Un’ipotesi del perché è importante lasciare spazio è che molte persone sono per certi versi come degli adolescenti: non vogliono essere spinte da altri a prendere decisioni importanti, ma vogliono giungere da sole alle loro conclusioni, perché non vogliono dare l’impressione che sia stato tu a convincerli. Lasciare spazio alle persone di decidere da sole, senza che sembri che tu abbia fatto loro cambiare idea, è importante in particolare se tra di voi c’è una certa (amichevole) competizione, per esempio tra fratelli, o quando l’altra persona è più testarda della media. Purtroppo un ostacolo al cambiamento potrebbe essere proprio questo, quindi, come possiamo evitarlo? Se continuiamo a parlare e cerchiamo di convincerli non avranno alcuno spazio per “convertirsi” senza che sembri che lo facciano a causa nostra. Se invece facciamo un passo indietro e dimentichiamo la cosa, c’è la possibilità che dopo sei mesi o poco più, sentiranno che il cambiamento è dovuto alle loro riflessioni indipendenti, e non al tuo tentativo di convincerli.

A questo punto, non c’è più alcun bisogno di fare proselitismo, ma è comunque utile porsi come un esempio di vegano amichevole, paziente e disponibile. In altre parole, un esempio che le persone hanno voglia di seguire. Non ti preoccupare perché a questo punto avranno le informazioni necessarie, puoi dare una spinta qua e là, ma, in linea di massima, lascia agli altri lo spazio di cambiare.

Hai la tua ricetta di successo per influenzare gli altri? Fammi sapere nei commenti.

Leggi di più sull’arte d’influenzare le persone nel mio libro How to Create a Vegan World.

Traduzione di Eugenia Albano

E se la vera spinta verso un mondo vegano non arrivasse dai vegani?

Sabato scorso ho partecipato a una conferenza tenuta da Jaap Korteweg, imprenditore-agricoltore danese che ha fondato Vegetarian Butcher (Vegetarische Slager) nei Paesi Bassi. Quello che è nato come un piccolo, ben pubblicizzato negozio è ora una linea di prodotti vegetariani/vegani importante, con centinaia di punti vendita nei Paesi Bassi e che avrà presto una vera e propria fabbrica. I prodotti di Vegetarian Butcher hanno vinto numerosi premi e la loro storia ha suscitato l’attenzione dei media di tutto il mondo.

Dopo di lui, ho ascoltato Mark Post, pioniere della carne coltivata in vitro, anche lui originario dei Paesi Bassi. Post è il ricercatore che tre anni fa ha presentato ai media londinesi il primo burger di carne coltivata in laboratorio, che è stata una delle più grosse storie sulla carne e i suoi problemi nella storia di questo movimento.

Mark Post
Mark Post

Adesso. Né Korteweg né Post sono vegani e lo stesso vale per i loro investitori. L’ispiratore e finanziatore iniziale della ricerca di Mark Post, Willem Van Eelen, deceduto da poco, non era nemmeno vegetariano. E, per quanto ne so, non lo è neppure Sergey Brinn di Google, che ha donato a Mark Post $700.000.

Alcuni tra i più grandi propagatori della rivoluzione vegana, persone con un grosso impatto – o potenziale impatto futuro – non sono vegani, né credono necessariamente ai diritti animali. È importante capirlo per diverse ragioni.

Innanzitutto può aiutare noi vegani a rimanere coi piedi per terra. Potremmo pensare che quando finalmente il mondo diventerà un posto migliore per gli animali, sarà grazie al nostro duro lavoro e alla nostra etica. Ciò è vero solo in parte.

Inoltre, ci può far capire quanto siano relative le nostre differenze di opinione, le nostre ideologie, il nostro filosofeggiare e teorizzare su quelli che, da una prospettiva più ampia, sono spesso dettagli.

Al di sopra di tutto questo – e dovrebbe essere ovvio, ma ovviamente non lo è – dovrebbe farci capire che dovremmo accogliere chiunque in questo movimento, vegano o no.

I vegani da soli non vinceranno questa battaglia: è davvero troppo grande.