L’ascesa delle aziende vegan in incognito

A noi vegani piace diffondere la parola “vegan”, ci piace vederla sui prodotti e sui menu dei ristoranti. Diffondere la parola non solo ci rende più facile identificare le cose da mangiare, ma dovrebbe anche aumentare la consapevolezza del veganismo in generale. Ma se non usare la parola “vegan”… aiutasse a vendere più prodotti vegan?

La prima volta che mi sono imbattuto in questa idea è stato diversi anni fa, in un supermercato Whole Foods in California. Sapevo che avevano una torta vegana in vendita, ma non riuscivo a trovarla, così ho chiesto alla persona al bancone dove fosse. Mi ha mostrato la torta e mi ha detto che non era più etichettata come “vegan” perché da quando avevano rimosso l’etichetta le vendite di quella torta erano triplicate.

Di recente ho visto sempre più attività commerciali che io chiamo “vegan in incognito”, ovvero il fatto che siano vegan o non è per nulla evidente oppure è comunicato solo in modo molto sottile. Ecco un paio di esempi nei quali mi sono imbattuto.

A Melbourne (e credo anche in altre città australiane), c’è una catena chiamata Lord of the Fries. A vederlo, Lord of the Fries sembra un fast food qualsiasi, con i soliti hamburger e frullati, ma è tutto vegetariano e vegano. Se fate attenzione lo notate, ma alcuni miei amici hanno osservato che non solo la maggioranza della clientela non è né vegetariana né vegana, ma non ha nemmeno idea che non sta mangiando carne! Mi è stato detto che a volte le persone lo scoprono solo dopo mesi e mesi di frequentazione.

The menu at Lord of the Fries, Melbourne, Australia
Il menu di Lord of the Fries, Melbourne, Australia

Un altro esempio è la piccola catena di gelaterie Gela in Israele. Il negozio in cui sono stato aveva sul bancone un piccolo sticker “vegan friendly”, distribuito da una no-profit israeliana. Dato che non so l’ebraico, ho chiesto alla persona al bancone se ci fosse qualche altro messaggio nel negozio che è tutto vegan e mi ha risposto di no: la maggior parte delle persone che entra non ne ha idea.

Gela in Israel only has a vegan friendly sticker, but everything is vegan.
Gela in Israele ha solo uno sticker “vegan friendly”, ma è tutto vegan.

Un altro esempio è Ronald’s Donuts, un minuscolo negozio di donut a Las Vegas. Nulla sull’edificio tradisce che dentro ci sia alcunché di vegano e se vuoi sapere quali donuts sono vegani, devi chiedere.

Perché questi posti, e molti altri, sono così timidi sull’essere completamente vegetariani o vegani? Ovviamente non è perché si vergognano di usare la parola, piuttosto, è perché sanno che, in questo momento, sono più le persone respinte di quelle attratte da queste parole. Per la maggior parte delle persone “vegetariano” e “vegano” non indicano un valore aggiunto, ma un valore sottratto. Per fare un paragone, prova a pensare alla tua reazione verso un ristorante totalmente gluten-free. A meno che non ti interessi il cibo senza glutine, probabilmente penserai qualcosa di simile a quello che penserei io: che quei piatti non sono buoni quanto i piatti normali, hanno perso qualcosa (forse il gusto?). Che il cibo in un ristorante gluten-free sia o non sia all’altezza del cibo in un ristorante tradizionale è irrilevante, il fatto è che esiste un pregiudizio.

Potresti pensare: ma non si perdono forse dei clienti? Un vegano potrebbe passarci di fronte e non saperlo mai, giusto? Beh, potrebbero perderne alcuni, ma probabilmente ne guadagnano molti di più. Inoltre vegetariani e vegani sono capaci di trovare ristoranti adatti a loro grazie al passaparola, l’app Happy Cow o altro, non c’è alcun bisogno di scrivere in lettere cubitali “VEGAN” sulla vetrina.

Tutto questo cambierà quando le persone apprezzeranno di più il cibo vegan, e un modo per farglielo piacere di più è lasciare che mangino cibo vegano senza saperlo. Se lo scoprono dopo averlo mangiato (e apprezzato), tanto di guadagnato.

E, nel caso non ci avessi pensato: quello che rende le attività vegan in incognito possibili è il fatto che a questo punto abbiamo delle alternative talmente straordinarie per un sacco di prodotti che è diventato addirittura possibile ingannare le persone. È un progresso!

Come veganizzare gli altri

Molti vegani aspirano a trovare il modo ideale per far diventare vegani gli altri, puntando spesso su amici, familiari, o anche sul proprio compagno. Non di rado si sentono frustrati quando i loro tentativi di far rinunciare ai prodotti animali non hanno risultati significativi.

Qui sotto trovate le mie riflessioni e i miei consigli sull’argomento.

In primo luogo, ricordate che non mi piace pensare nei termini di “convincere” o “convertiregli altri, perché non trovo che sia una terminologia produttiva. Non è un bene che le persone abbiano l’impressione che vogliamo convertirle o convincerle (le persone resistono all’essere convinte di qualcosa dagli altri – vedi sotto), per questo motivo è meglio che non pensiamo ai nostri sforzi in questi termini. In fin dei conti, non possiamo obbligare gli altri a fare niente, ma possiamo influenzarli nella giusta direzione e aiutarli ad aprire il cuore e la mente.

Anche il termine influenzare potrebbe avere una connotazione di manipolazione o forzatura, ma, di fatto, influenzare è una cosa normalissima che nessuno può evitare di fare. Ogni singolo essere umano influenza costantemente altri esseri umani, implicitamente o esplicitamente, in una direzione positiva o negativa. Non dovremmo vergognarci d’influenzare gli altri in una direzione positiva, sempre che sia fatto con integrità, trasparenza e buone intenzioni.

Quindi, ecco alcuni suggerimenti per influenzare efficacemente gli altri a muoversi verso il veganismo o una dieta più vegetale.

influencingUNO: Chiediti se ne vale la pena
Alcune persone non diventeranno mai vegane nella loro vita, oppure l’impresa richiederebbe tanto tempo ed energia che è possibile siano meglio spesi altrove. Possiamo chiederci più in generale se sia utile dedicare molte risorse alle interazioni uno a uno, dato che potremmo anche impegnarci a cambiare istituzioni come scuole, aziende e governi locali. Impegnarsi per il cambiamento istituzionale avrà in linea di massima un rendimento molto maggiore che dedicarsi al cambiamento dei singoli. Senza dubbio esistono individui molto influenti, che hanno un ampio raggio di azione o che hanno esattamente il potere decisionale necessario per cambiare le cose all’interno dell’istituzione per la quale lavorano. Se tua mamma è l’Amministratore Delegato di una grossa azienda, può avere senso cercare d’influenzarla, piuttosto che se è una libera professionista e non ha un grosso impatto su altre persone. Quindi, se puoi, investi il tuo tempo in persone che hanno il ruolo di moltiplicatori.

DUE: Mettiti nei loro panni
Non usare un approccio uguale per tutti, ma adattalo alla persona o alle persone di fronte a te. Cerca d’immaginare come sia essere nei loro panni, di capire cosa apprezzano e cosa potrebbe aiutarli a cambiare idea. Si tratta di una discussione filosofica? Del buon cibo? Semplicemente una bella conversazione? Hanno paura di possibili ricadute sulla salute? Hanno allergie e bisogno di soluzioni pratiche? Hanno bisogno di vedere che esistono molte ottime alternative e che mangiare vegano è anche pratico?

TRE: Informa e aiuta
Quando i vegani soppesano gli strumenti a loro disposizione, di solito pensano subito alle argomentazioni morali, presentate sotto forma di discorso, di video su youtube, opuscolo o documentario. Ognuno di questi strumenti può essere utile e puoi usarli, ma ricordati che ce ne sono molti altri. Possiamo dare molte cose, in molte forme diverse: oltre agli argomenti morali (quello che succede agli animali), ci sono altre argomentazioni come l’ambiente, la salute, ecc. Possiamo anche lasciare stare completamente le discussioni e dare loro una bella esperienza gustativa, possiamo presentare informazioni teoriche (quanti alberi sono abbattuti per la carne) o informazioni pratiche (dove trovare un buon ristorante). Infine, se hai l’opportunità di semplificare le cose per le persone che vuoi influenzare, per esempio cucinando per loro, non esitare a farlo. In ogni caso, evita l’overload d’informazione. È normale avere la tentazione di continuare a dare nuove informazioni, nella speranza che il prossimo testo, la prossima citazione, video o foto sia la goccia finale. Se continuano a chiedere informazioni, allora dai loro quello che vogliono, ma la maggior parte delle persone non lo fa. Non dare per scontato che un’apertura iniziale o una richiesta di informazioni significhi che continueranno a essere felici di ricevere altro e che non si stancheranno mai. Se ti etichettano come quello che, ogni volta che lo vedono, continua a parlare ininterrottamente dello stesso argomento, prima o poi cominceranno a evitarti.

QUATTRO: Chiedi – ma non tutto o niente
È una buona idea dare suggerimenti concreti e obiettivi, ma non presentare questo obiettivo come qualcosa che devono fare (per ragioni etiche o altro), ma sempre come qualcosa che è bene fare. Ricordati anche che questo obiettivo non deve necessariamente essere diventare vegani. Molte persone potrebbero non essere pronte a diventare vegane, ma sono disposte a fare qualche passo in quella direzione. Potrebbero voler partecipare ai Lunedì Senza Carne, o a Veganuary o anche a fare molto di più, per esempio rinunciare ai prodotti animali nei giorni feriali. Accetta e apprezza questi passi perché 1) di per sé contribuiscono a ridurre la sofferenza e 2) potrebbero essere i passi iniziali verso qualcosa di più. Una volta superata la soglia iniziale, è più facile andare avanti. Inoltre, è importante ricordare che in questa fase non è necessario che tutti diventino vegani, perché se avessimo abbastanza persone che riducono in modo significativo il consumo, un mondo vegano sarebbe dietro l’angolo. È una questione di massa critica e di raggiungere il punto di svolta.

CINQUE: Sii paziente e non insistere
Una volta che hai dato una quantità sufficiente d’informazioni il più possibile adattate a quella persona, è arrivato il momento di fare un passo indietro ed essere paziente. Pazienza significa che potresti dover aspettare mesi o anni. Forse pensi che non possiamo permetterci di aspettare, ma le cose vanno così. Un’ipotesi del perché è importante lasciare spazio è che molte persone sono per certi versi come degli adolescenti: non vogliono essere spinte da altri a prendere decisioni importanti, ma vogliono giungere da sole alle loro conclusioni, perché non vogliono dare l’impressione che sia stato tu a convincerli. Lasciare spazio alle persone di decidere da sole, senza che sembri che tu abbia fatto loro cambiare idea, è importante in particolare se tra di voi c’è una certa (amichevole) competizione, per esempio tra fratelli, o quando l’altra persona è più testarda della media. Purtroppo un ostacolo al cambiamento potrebbe essere proprio questo, quindi, come possiamo evitarlo? Se continuiamo a parlare e cerchiamo di convincerli non avranno alcuno spazio per “convertirsi” senza che sembri che lo facciano a causa nostra. Se invece facciamo un passo indietro e dimentichiamo la cosa, c’è la possibilità che dopo sei mesi o poco più, sentiranno che il cambiamento è dovuto alle loro riflessioni indipendenti, e non al tuo tentativo di convincerli.

A questo punto, non c’è più alcun bisogno di fare proselitismo, ma è comunque utile porsi come un esempio di vegano amichevole, paziente e disponibile. In altre parole, un esempio che le persone hanno voglia di seguire. Non ti preoccupare perché a questo punto avranno le informazioni necessarie, puoi dare una spinta qua e là, ma, in linea di massima, lascia agli altri lo spazio di cambiare.

Hai la tua ricetta di successo per influenzare gli altri? Fammi sapere nei commenti.

Leggi di più sull’arte d’influenzare le persone nel mio libro How to Create a Vegan World.

E se la vera spinta verso un mondo vegano non arrivasse dai vegani?

Sabato scorso ho partecipato a una conferenza tenuta da Jaap Korteweg, imprenditore-agricoltore danese che ha fondato Vegetarian Butcher (Vegetarische Slager) nei Paesi Bassi. Quello che è nato come un piccolo, ben pubblicizzato negozio è ora una linea di prodotti vegetariani/vegani importante, con centinaia di punti vendita nei Paesi Bassi e che avrà presto una vera e propria fabbrica. I prodotti di Vegetarian Butcher hanno vinto numerosi premi e la loro storia ha suscitato l’attenzione dei media di tutto il mondo.

Dopo di lui, ho ascoltato Mark Post, pioniere della carne coltivata in vitro, anche lui originario dei Paesi Bassi. Post è il ricercatore che tre anni fa ha presentato ai media londinesi il primo burger di carne coltivata in laboratorio, che è stata una delle più grosse storie sulla carne e i suoi problemi nella storia di questo movimento.

Mark Post
Mark Post

Adesso. Né Korteweg né Post sono vegani e lo stesso vale per i loro investitori. L’ispiratore e finanziatore iniziale della ricerca di Mark Post, Willem Van Eelen, deceduto da poco, non era nemmeno vegetariano. E, per quanto ne so, non lo è neppure Sergey Brinn di Google, che ha donato a Mark Post $700.000.

Alcuni tra i più grandi propagatori della rivoluzione vegana, persone con un grosso impatto – o potenziale impatto futuro – non sono vegani, né credono necessariamente ai diritti animali. È importante capirlo per diverse ragioni.

Innanzitutto può aiutare noi vegani a rimanere coi piedi per terra. Potremmo pensare che quando finalmente il mondo diventerà un posto migliore per gli animali, sarà grazie al nostro duro lavoro e alla nostra etica. Ciò è vero solo in parte.

Inoltre, ci può far capire quanto siano relative le nostre differenze di opinione, le nostre ideologie, il nostro filosofeggiare e teorizzare su quelli che, da una prospettiva più ampia, sono spesso dettagli.

Al di sopra di tutto questo – e dovrebbe essere ovvio, ma ovviamente non lo è – dovrebbe farci capire che dovremmo accogliere chiunque in questo movimento, vegano o no.

I vegani da soli non vinceranno questa battaglia: è davvero troppo grande.

È ora di donare! (e perché la sofferenza animale è un’ottima scelta)

È arrivato il momento dell’anno in cui le organizzazioni ricevono la maggior parte delle donazioni da parte di simpatizzanti e sostenitori, è il momento in cui possiamo aiutarli tutti a portare avanti i nostri obiettivi comuni.

Ho già scritto in passato a proposito dell’importanza del denaro e delle organizzazioni. Promuovere gli interessi degli animali – o di chiunque altro – può essere fatto sul territorio e come volontari, ed è già una cosa meravigliosa, ma, per fare la differenza, abbiamo anche bisogno di organizzazioni più grandi. Queste organizzazioni devono pagare i loro dipendenti, si devono affidare al lavoro di esperti, hanno bisogno di farsi pubblicità per poter diffondere il loro messaggio, ecc. Più soldi hanno, meglio è.

Molti hanno un atteggiamento scettico verso la beneficenza, credendo (e spesso usando come scusa), che i loro soldi non verrebbero usati fare del bene e che invece si fermerebbero prima di raggiungere l’obiettivo, pagando per costi di rappresentanza o inefficienze del sistema. Senza dubbio ci sono delle perdite ed esistono organizzazioni inefficienti, ma ci sono anche delle organizzazioni ottime, dove le persone si fanno in quattro per fare la differenza e dove i leader pensano in modo strategico, con l’obiettivo di generare il maggior impatto possibile.

L’Altruismo Efficace, un movimento e una filosofia giovane, ha lo scopo di identificare le migliori cause, organizzazioni e interventi a cui donare soldi o tempo, sia volontario, che pagato. All’interno del movimento di Altruismo Efficace, ci sono meta-organizzazioni (vedi sotto) che fanno ricerca per individuare le migliori opzioni per fare donazioni efficaci, in grado di cambiare delle vite.

Confrontare cause e organizzazioni non dovrebbe essere un tabù. Quando compriamo un computer, facciamo un investimento in qualcosa che ci aspettiamo funzioni. Se c’è un ambito in cui a maggior ragione dovremmo insistere che i nostri soldi abbiano un ritorno concreto, è proprio quello di ridurre la sofferenza e salvare vite.

Ecco alcuni criteri che le persone che si identificano come “altruisti efficaci” usano per scegliere le cause e le organizzazioni da supportare:

  • quando scegli una causa, guarda il numero di vittime e l’intensità della loro sofferenza. La malaria, per esempio, uccide più persone di quanto faccia un disturbo neurologico raro. E alcuni problemi sono più orribili di altri.
  • considera il bisogno di fondi e il valore aggiunto della tua donazione. Un sacco di soldi sono stati raccolti per la SLA con la campagna di grande successo Ice Bucket Challenge. Forse è ora di donare a qualcos’altro.
  • dona a organizzazioni che lavorano per o nei Paesi più poveri, dove il tuo denaro può avere un impatto maggiore dato che i costi sono inferiori.
  • cerca i consigli degli esperti che hanno già fatto ricerca per te. Organizzazioni che consigliano no-profit alle quali donare sono per esempio GiveWell, The Life you Can Save, e – per la sofferenza animale – Animal Charity Evaluators.

Dal punto di vista dell’Altruismo Efficace, gli animali di allevamento sono un’ottima causa a cui donare. Non solo c’è un numero enorme di animali allevati che soffre immensamente, ma questa causa è anche molto trascurata. Di tutto il denaro donato negli Stati Uniti, solo l’1,5% va agli animali, e di questa percentuale già minuscola, solo l’1% va agli animali allevati. In pratica, gli animali allevati ricevono lo 0,015% delle donazioni negli USA.

Donazioni negli USA (fonte: Animal Charity Evaluators)

Infine, quando doni, dillo in giro. Tante di quelle cose che mettiamo sulle nostre bacheche Facebook servono solo a farsi quattro risate, ma siamo invece timidi quando si tratta di condividere le nostre buone azioni, perché pensiamo che sia una cosa che non si fa. Il fatto è che le persone si fanno un’idea di cosa significa comportarsi bene in base a quello che fanno le persone intorno a loro: quando vedono molte persone intorno a loro che donano, sarà più probabile che donino anche loro. Al contrario, se non vedono quel comportamento in giro, penseranno che non ci sia niente di male nel non donare. Quindi, quando doni, dillo agli altri, per rendere il fatto di donare una cosa normale. Per farvi un esempio: dono annualmente il 10% del mio reddito, circa 2500€. Quest’anno, tra gli altri, ho donato a Give Directly e The Good Food Institute. L’ho appena postato su Facebook. Non è facile farlo, perché ti esponi alla critica che vuoi mettere in mostra quanto sei bravo. Ma, come spero sia chiaro, non è quello l’obiettivo.

Forse non hai soldi da donare e fai volontariato. Benissimo. E forse non hai tempo, ma hai un po’ di soldi. Benissimo anche quello, perché con i tuoi soldi puoi pagare altre persone perché investano il loro tempo a rendere il mondo un posto migliore.

Grazie per qualsiasi cosa tu faccia, e buone vacanze!

La fissa di essere vegani

Più tempo passo tra i vegani, più ho l’impressione che la maggior parte di noi abbia una specie di fissa vegan, cioè creda che mangiare cento per cento vegano sia la cosa più importante in assoluto, nella vita in generale o nel movimento per i diritti animali. Sembra che molti vegani, più o meno consciamente, credano qualcosa del tipo:

Chi è vegano non ne sbaglia una,
Chi non è vegano non ne fa una giusta,
e un vegano è sempre meglio di un non-vegano.

Ovviamente però, pensandoci bene, cosa ti metti in bocca è relativamente meno importante di tante altre cose. E non sto parlando di bambini che muoiono di fame in Africa o simili – lasciamo perdere quella discussione. Sto parlando di altre cose all’interno del movimento vegan/per i diritti animali.

Tanto per cominciare, chiunque può avere un grosso impatto sulle persone che lo circondano con il proprio modo di comunicare, il proprio comportamento, l’esempio, la cucina. Questo impatto è molto più importante, perché potenzialmente molto più grande, di quello che si mette nel piatto. Personalmente, se credo che avrò un impatto maggiore facendo un’eccezione, la farò (sfortunatamente ho i miei limiti ed è facile che certi cibi mi disgustino, quindi questo vale solo per quantità microscopiche di cibi animali).

Quello che entra nella tua bocca è meno importante di quello che ne esce.

In secondo luogo, non conta solo la comunicazione, ma anche quello che facciamo con il nostro tempo e i nostri soldi. Tra i non-vegani ci sono persone che dedicano molto tempo e denaro a cause per i diritti animali, come, senza dubbio, ad altre cause. Se ti fa piacere, puoi criticare queste persone per non essere vegane, ma tieni presente che il loro impatto potrebbe benissimo essere superiore al tuo.

Non mi fraintendere: continua a essere vegano (come lo sono io da 17 anni), ma non trasformare il tuo comportamento di consumatore in una fissa, a scapito di altre cose che potrebbero avere un impatto molto, ma molto maggiore sulle vite degli animali.

E no, ovviamente l’uno non esclude l’altro e possiamo essere consumatori vegani e fare pure tutte queste cose straordinarie. In pratica però, come tutti ben sappiamo, molta energia – pure troppa – si concentra sul consumo individuale. Ci preoccupiamo dei micro ingredienti come gli additivi e i coloranti e ci dimentichiamo dell’immagine di insieme. Ci focalizziamo su queste cose per “difendere il confine”, per proteggere noi stessi e il movimento dall’incubo di “arretrare” e diluire il significato di essere vegani. Ma quell’incubo è una finzione e ora come ora non dovremmo preoccuparcene. Se mai riusciremo a portare le persone a evitare carne, latte e uova (e ci riusciremo), sono sicuro che riusciremo anche a far scomparire additivi, miele e altri minuscoli derivati animali dal nostro sistema alimentare.

Focalizziamoci su ciò che conta davvero. Dedichiamo la maggior parte delle nostre energie laddove possiamo ridurre maggiormente la sofferenza.

Rendere “vegan” la normalità: cambiare l’opzione di default

Vi presento un enigma: alla gente non piace sentirsi dire cosa deve fare né sentirsi obbligata a fare qualcosa. Eppure, spesso le persone non faranno la scelta giusta di propria spontanea volontà. Qual è la soluzione?

Una possibile risposta è chiamata “architettura della scelta” (choice architecture), un’espressione coniata da Richard Thaler e Cass Sunstein nel libro Nudge. La spinta gentile. L’architettura della scelta è un modo per invogliare i consumatori a fare scelte migliori (più salutari, più sostenibili o altro) presentando loro le opzioni in un certo modo, per esempio mettendo le bevande salutari su uno scaffale più accessibile rispetto alle bevande zuccherate. Attraverso l’architettura della scelta, le persone sono gentilmente spinte nella giusta direzione.

Le aziende ovviamente usano questa tecnica da sempre, ma per perseguire i propri interessi commerciali. I supermercati, per esempio, metteranno i prodotti di marca (o sponsorizzati) ad altezza occhi, dove i clienti li vedranno per primi.

Quando diamo alle persone una spinta modificando l’organizzazione dell’ambiente in cui si trovano, le nostre intenzioni sono più benigne: quello che cerchiamo di fare è rendere più facile per i consumatori comportarsi nel modo in cui vogliamo si comportino, e rendere più difficili comportamenti indesiderati.

Un tipo di spinta gentile specifico è quello di cambiare l’opzione di default: quello che ottieni quando lasci l’ambiente come lo trovi. Per esempio, quando compili un formulario su un sito, ti sarà capitato di trovare una casella di spunta sotto il modulo che dice “iscrivimi alla newsletter”. Chi progetta il modulo può pre-impostare la casella come già spuntata. In questo modo chi compila il modulo e non vuole iscriversi deve de-selezionarla manualmente. Questo basterà per far sì che un maggior numero persone si iscriva alla newsletter (anche se in alcuni casi potrebbe essere illegale impostarla come automaticamente selezionata).

Un esempio nella vita reale è quello della donazione degli organi. Molto probabilmente nel tuo Paese l’opzione di default è che quando muori, i tuoi organi non sono donati ad altre persone che potrebbero averne bisogno. Quindi, se vuoi che i tuoi organi siano donati alla tua morte, devi compiere un’azione. Prova a immaginare se, al contrario, dovessi compiere un’azione per impedire che i tuoi organi vengano donati. In questo caso, dove i governi “presumono il consenso”, ci sarà una disponibilità di organi molto più alta.

Ecco un esempio nel nostro campo: i Giovedì Veggieday sono una campagna di EVA, l’organizzazione che ho fondato e per la quale lavoro. L’idea è molto simile ai Lunedì Senza Carne (Meatless Monday): che le persone comincino ad essere veg*ane per un giorno alla settimana. Gand, la città dove vivo, ha adottato questa campagna e ha reso i pasti vegetariani l’opzione di default del giovedì per le sue 30 scuole pubbliche. Se gli studenti vogliono la carne anche quel giorno (o se i genitori insistono), devono segnalarlo prima. Il risultato è che circa il 94% degli studenti mangia vegetariano di giovedì. L’opzione di default è cambiata.

L’immagine della campagna di EVA “Giovedì Veggyday”. La scritta dice “Per fortuna è giovedì!”

Ci sono molte situazioni e occasioni nelle quali si potrebbe istituire o almeno sperimentare con un’opzione di default vegan. Questa tattica potrebbe essere utilizzata ogni volta che un’azienda o istituzione offre dei pasti, ma non vuole togliere del tutto la “scelta” di mangiare cibi di origine animale. I pasti serviti a seminari o conferenze, per esempio, potrebbero facilmente essere vegan di default. Al momento dell’iscrizione, i partecipanti potrebbero vedere un’opzione come questa:

I pasti sono vegan. Metti una spunta se non vuoi un pasto vegan.

Una gentile spinta a fare la cosa giusta potrebbe essere rafforzata scrivendo qualcosa come “i pasti sono vegan per ragioni di sostenibilità ambientale”.

Cambiare l’opzione di default ha così un effetto doppio. Direttamente, riduce il consumo di prodotti animali. Indirettamente, mostra che essere vegani non è una cosa così anormale e che mangiare carne non è così normale, come pensano alcuni. Cambiare l’opzione di default contribuisce a rendere “vegan” la nuova normalità.

Penso che cambiare l’opzione di default sia una strategia molto promettente che dovrebbe utilizzata più spesso, particolarmente quando si spinge per un cambiamento nelle politiche.

Un post successivo dà un’altra idea concreta per cambiare l’opzione di default, che è anche una sfida da accogliere e rendere realtà per gli individui o le organizzazioni.

Fonte dell’immagine.

Altre letture:  Nudge, R. Thaler and C. Sunstein.

La campagna Giovedì Veggieday di EVA (in olandese)

10 questioni vegane su cui ho recentemente cambiato idea

Sono ormai vent’anni che faccio parte del movimento vegan e per i diritti animali. Si potrebbe pensare che, dopo tutto questo tempo, io sia arrivato a qualche conclusione e abbia un po’ di certezze.

Beh, a quanto pare, meno del previsto…

Di recente ho infatti avuto moltissime nuove idee e altre sono state messe in discussione o scartate. Il primo motivo è che ho passato molto tempo a scrivere e a riflettere per il mio blog e il mio libro. Inoltre, sono stato influenzato dalla filosofia – e da molte persone – del movimento di Altruismo Efficace, nonché da Animal Charity Evaluators, Faunalytics, e dal movimento DxE (Direct Action Everywhere – Azione Diretta Ovunque).

Quindi, ecco qua alcune mie conclusioni (preliminari, ovviamente) ed alcune cose su cui ho cominciato a riflettere in tempi recenti.

1. Benessere e sofferenza sono importanti
Come per molti di quelli che hanno a cuore i diritti animali, per me il punto erano i diritti. Oggi, ritengo che i diritti siano un’astrazione e un mezzo, utili solo nel momento in cui aiutano a evitare che degli esseri viventi vengano danneggiati. A un certo punto, “benessere animale” è diventato quasi una parolaccia nel nostro movimento, ma non dovrebbe esserlo.

2. Polli e pesci sono la carne che conta
Polli e pesci sono di gran lunga le maggiori vittime del nostro comportamento come consumatori. Sono animali piccoli, quindi ne mangiamo tantissimi e soffrono terribilmente. Si meritano una parte importante delle nostre risorse.

3. Oltre il veganismo 1: la sofferenza degli animali selvatici dovrebbe ricevere parte della nostra attenzione
Gli animali non sono solo maltrattati e uccisi dagli esseri umani: molti più animali soffrono in natura a causa di fame, freddo, predazione, parassiti e malattie. Se abbiamo a cuore gli animali, dovremmo preoccuparci anche degli animali selvatici ed pensare a quello che possiamo fare o potremo fare per loro in futuro. (vedi: La verità estremamente sconveniente della sofferenza degli animali selvatici)

4. Oltre il veganismo 2: la sofferenza va oltre gli animali umani e non-umani
Pensando in termini ancora più ipotetici: grazie all’Altruismo Efficace, ho cominciato a prendere in considerazione la terribile possibilità che nel futuro vengano creati degli esseri artificiali senzienti (…ebbene sì.). Se cominciamo a pensarci e ad agire per tempo, forse possiamo prevenire un’immensa sofferenza nei secoli a venire. Dopo lo specismo c’è… il substratismo: non importa se sei a base di carbonio. Quello che conta è se sei senziente.

5. Ci sono cose più importanti che essere vegani
Sì, certo, quello che ci mettiamo in bocca ha un impatto e, per carità, resta vegan. Ma essere un portavoce degli animali eloquente e amichevole potrebbe essere ancora più importante. (vedi Il feticismo di essere vegan)

Essere vegan significa rinunciare ai prodotti animali. Non significa rinunciare a pensare.

6. Il denaro è una risorsa decisiva
Siamo tutti molto vegani, ma quanto doniamo? Parliamo di veganismo, ma se doniamo, ne parliamo in modo da incoraggiare altri a fare lo stesso? Con il nostro denaro possiamo avere un impatto molto maggiore che con le nostre personali abitudini di consumo. E guadagnare soldi per fare da sponsor ad altri portavoce degli animali, può essere un modo efficiente di fare meta-sostegno. (vedi È ora di donare e Money Money Money nel nostro Movimento)

7. Il movimento vegan potrebbe aver perso il ruolo di spicco
Un tempo eravamo solo noi, il movimento vegan, a lottare per gli animali, ma ora, in modo più indiretto, il settore commerciale ha acquisito un impatto significativo: tutti gli Impossible Foods, gli Hampton Creek e i Beyond Meat… hanno avviato un processo di rivoluzione di un intero settore e stanno portando avanti cambiamenti incredibili. (vedi E se la vera spinta verso un mondo vegan non arrivasse dai vegani?)

8. La tecnologia e gli OGM accorrono in nostro soccorso
Rivoluzioni tecnologiche possono dare il via a rivoluzioni morali. Esistono già alcune alternative ai prodotti animali molto promettenti, ma il futuro ci riserva molto di più. Un aspetto in particolare su cui ho recentemente cambiato idea sono gli OGM. Ero contrario perché non avevo mai davvero preso in esame il problema e avevo accettato ciecamente i pensieri e gli slogan dei miei pari. Grazie ad alcuni amici e a vegangmo.com, ho per lo più cambiato idea sull’argomento e mi rendo conto che gli OGM potrebbero essere di grande aiuto nel prevenire la sofferenza animale. “Naturale” non significa un granché. (vedi E gli OGM e le alternative hi-tech agli alimenti di origine animale?)

9. Dovremmo investire di più nella ricerca
Dato che ci sono così tante incertezze e opportunità incessanti di scoprire cose nuove, dobbiamo investire abbastanza risorse nella ricerca e capire cosa funziona davvero. Dobbiamo farlo senza dogmi, aperti a qualsiasi risultato potremmo ottenere. Il che mi porta al mio ultimo punto…

10. L’apertura mentale è ancora più importante di quanto pensassi
A giudicare dalla mia lista, vedendo la frequenza e l’importanza degli argomenti sui quali mi sono dovuto aggiornare, devo concludere che l’apertura mentale è ancora più importante di quello che pensassi. Sono davvero allergico ai dogmi. Se da una parte l’apertura mentale e l’opinione lenta ci portano a voler imparare sempre cose nuove e migliorarci, il dogma ci impedisce di imparare e migliorare – che è una cosa molto importante quando c’è così tanto in gioco.

Tutte queste domande senza risposta, questa evoluzione costante, questi dubbi e queste incertezze non dovrebbero paralizzarci. Ci sono tante teorie, strategie e tattiche promettenti. È un impegno di lungo periodo, possiamo rallentare un po’, testarle e analizzarle e poi, con le prove migliori che possiamo trovare, aggiornarci e dare più attenzione a una strategia o all’altra.

Essere vegan significa rinunciare ai prodotti animali. Non significa rinunciare a pensare.